“Come tutti i grandi viaggiatori, ho visto più di quanto ricordi e ricordo più di quanto ho visto”
(Benjamin Disraeli)
Cosa ci porta a scegliere una meta piuttosto che un’altra? Il racconto di un nostro amico appena rientrato dalle vacanze, il consiglio dell’agente di viaggio, una foto su una rivista, un articolo di un travel blogger o semplicemente il desiderio di visitare proprio quella meta?
Per me scegliere un viaggio nella foresta del Kinabalu è stata una scelta dettata dal cuore
Ai tempi dell’università, il professore di geografia economica e politica mi assegnò una tesina incentrata sulla gestione sostenibile delle foreste della Malesia, in modo particolare del Borneo. Al di là di qualche improperio dovuto alla difficoltà nel reperire materiale, l’argomento si è rivelato affascinante a tal punto da ripromettermi che prima o poi avrei visitato quei luoghi…
Il Sabah – Kota Kinabalu
Dopo un paio di notti a Singapore, si fa rotta verso il Borneo malese. Atterriamo all’aeroporto internazionale di Kota Kinabalu e veniamo accompagnati in hotel. E puntualmente il primo approccio si rivela deludente!
Dov’è finita la natura selvaggia?
Il Novotel presso cui alloggiamo (oggi Pan Borneo Hotel Kota Kinabalu) sorge in un’area (al tempo) ancora in sviluppo ed è letteralmente circondato da un cantiere immenso a cielo aperto e vedere tutta quella devastazione fa impressione…
D’altronde il turismo spesso ha inevitabilmente un impatto negativo su alcune aree dei territori: Kota Kinabalu è la capitale dello stato del Sabah , una città costiera moderna, rinomata per essere la porta d’accesso al Parco Nazionale del Monte Kinabalu (patrimonio UNESCO) e per le sue isole e, di conseguenza, un importante hub turistico ideale come base per le escursioni.
Non perdiamoci d’animo! Abbiamo il pomeriggio libero… diamo un’occhiata al centro.

Passeggiare per il lungomare si è rivelato estremamente piacevole. Kota Kinabalu è un crocevia di culture, molto vivace e colpisce per la cordialità dei suoi abitanti. Se poi siete dei buongustai come la sottoscritta, rimarrete deliziati dalla varietà della scelta: dallo street food ai ristoranti tipici. E credetemi, cenare mentre il sole inizia a calare infiammando il cielo rende l’atmosfera magica!
Anche la sera non delude: la scena artistica è vivace ed è coinvolgente sentirsi parte di questo bel mix tra cultura tradizionale e modernità! Come al solito, nei viaggi la prima impressione non è mai quella che conta!
Isole Sapi e Manukan
Il primo giorno nel Sabah, inizia con un giro in barca che ci porterà nelle isole tropicali al largo di Kota Kinabalu. Dovrò attendere ancora un giorno per immergermi completamente nell’immensità della natura.
Situate a soli 20 minuti di barca da Kota Kinabalu, L’Isola di Sapi e l’Isola di Manukan sono due delle cinque pittoresche isole che costituiscono il famoso Tunku Abdul Rahman Marine Park, una delle più belle destinazioni balneari di Kota Kinabalu. Entrambe offrono spiagge di sabbia bianca e acque turchesi: Sapi è eccellente per lo snorkeling e le immersioni grazie alla qualità dei suoi fondali e della barriera corallina, mentre Manukan con le sue ampie spiagge è ideale per rilassarsi e prendere il sole.
Non sono una persona sportiva e men che meno appassionata di attività legate all’acqua, ma vi posso assicurare che questa è un’escursione da non perdere! E non preoccupatevi più di tanto se a Sapi vi capita di fare degli avvistamenti fuori dal comune! I varani d’acqua (che, a dirla tutta, con la loro mole e una lunghezza fino a 2 metri un po’ di soggezione possono incuterla) e i macachi si aggirano indisturbati tra i tavoli da picnic in costante cerca di cibo… un consiglio: non vi avvicinate troppo!




Parco Nazionale del Kinabalu
La sveglia suona presto, ma sono già desta da un po’ in frenetica attesa! Finalmente si parte alla scoperta della vera essenza del Borneo, quella selvaggia e ancora quasi incontaminata, dove la natura si erge immensa di fronte a noi rendendoci muti spettatori privilegiati.
Distante circa 90 Km da Kota Kinabalu, il parco nazionale del Monte Kinabalu, in malese Gunung Kinabalu, non è solo un paradiso naturale UNESCO noto per l’altissima biodiversità (celebre per avere due terzi della flora del mondo, alcune delle quali sono endemiche del Sabah), ma rappresenta un luogo spirituale profondo dove si crede che le anime risiedano dopo la morte.


Il sole si intervalla a grandi nuvoloni minacciosi che ogni tanto ci rovesciano addosso qualche scroscio di pioggia rendendo l’atmosfera quasi mistica…
Lungo il percorso si vedono aloni di vapore levarsi dalla vetta del monte e dai tetti in legno, che ancora non hanno dissipato il calore solare accumulato. Siamo sul finire di ottobre e qualche pioggia improvvisa annuncia il prossimo arrivo della stagione dei monsoni.
Ad ogni curva, salendo verso il monte Kinabalu, il paesaggio muta, regalandoci una flora dai colori sgargianti e spettacoli mozzafiato.
All’arrivo ci si para davanti tutta la maestosità della foresta pluviale!
Il parco ospita oltre 4.500 specie di flora e fauna, tra cui più di 1.200 specie di orchidee, piante carnivore e 326 specie di uccelli. Insieme alle guide, veniamo affiancati da un esperto del posto per condurci, attraverso i sentieri del monte, alla scoperta delle Nepenthes rajah, piante carnivore endemiche del Borneo malese, le cui dimensioni sono tali da intrappolare persino piccoli mammiferi e uccelli! Ne sono rimasta affascinata…
Sui fianchi scoscesi del monte Kinabalu la natura oppone una magnifica resistenza. Un intricato ecosistema di muschi, felci e specie rare di zenzero si affolla sotto chiome maestose, formando un baluardo naturale contro l’avanzata della deforestazione. È stata l’impervietà di queste vette a scoraggiare le pratiche distruttive del debbio e l’abbattimento sistematico, preservando questo paradiso dall’insaziabile fame di legname e terreni agricoli che ha già trasformato i paesaggi circostanti.
E mentre saliamo, l’aria si fa densa e carica di un’umidità che profuma di terra bagnata e resina selvatica. È il respiro profondo di una foresta che non è mai stata addomesticata, dove il silenzio è rotto solo dal gocciolio costante dell’acqua che scivola tra i muschi.



Poring Treetop Canopy Walk
Proseguendo lungo i sentieri — accompagnati da improvvisi acquazzoni tropicali — si raggiungono i ponti sospesi della Canopy Walkway. Diciamocelo chiaramente: l’impatto visivo intimidisce.
Si tratta di una serie di 5 passerelle oscillanti in corda e tavole di legno, tese tra i maestosi alberi Menggaris. Sospesi a un’altezza che oscilla tra i 20 e gli oltre 40 metri, ci si ritrova immersi in un circuito ad anello intervallato da piattaforme aeree. Se soffrite di vertigini, sappiate che la sfida è prima di tutto psicologica: una volta intrapresa la traversata, data la larghezza per una sola persona, non resta che procedere fino in fondo o tornare sui propri passi.
Ma se, come me, sceglierete la testardaggine per sconfiggere la paura, la ricompensa sarà sublime: una prospettiva a volo d’angelo che apre lo sguardo su un oceano verde smeraldo, regalandovi uno spettacolo che toglie il fiato.
E proprio lì, nel mezzo, accade qualcosa di inaspettato.
Nonostante il ponte oscilli a ogni passo, quel timore paralizzante scivola via, sostituito da un senso di libertà mai provato prima. In quel vuoto apparente, la paura lascia il posto alla meraviglia: non sono più un estraneo sospeso nel vuoto, ma mi sento finalmente parte integrante del battito vibrante della foresta.



Poring Hot Springs
La discesa lungo i sentieri ci conduce infine alle Poring Hot Springs, un’oasi rinomata per le sue sorgenti sulfuree naturali. Qui, tra vasche all’aperto immerse nel verde, le acque termali offrono un ristoro profondo e quasi curativo, ideale per sciogliere la tensione dopo un’escursione così intensa. È il momento perfetto per riordinare i pensieri prima di affrontare il viaggio di ritorno verso Kota Kinabalu.




Mentre il sole inizia a calare, tingendo la foresta di sfumature calde, ci prepariamo a rientrare in hotel convinti che l’avventura sia finita.
Ma il Kinabalu ha in serbo per noi un ultimo, prezioso regalo: l’incontro con la leggendaria Rafflesia. Proprio sul ciglio della strada, un cartello scritto a mano annunciava la fioritura nell’appezzamento di terreno di una famiglia locale.
Non potevamo ricevere commiato migliore. Ci accoglie il proprietario del terreno e sua figlia, il cui sorriso gentile incornicia la rarità del momento. Trovarsi al cospetto di questo miracolo della natura — immenso, effimero e dal colore rosso magnetico — è un privilegio che capita a pochi. Mentre scatto una foto insieme alla piccola per immortalare questo incontro, capisco che il tesoro del Borneo non è solo nella sua giungla selvaggia, ma nella spontaneità di questi incontri inaspettati.



Il Kinabalu non è solo una meta, ma un incontro con una Terra primordiale.
Salutiamo il monte Kinabalu portando con noi il calore del sole, il profumo delle sorgenti e il segreto di un fiore che sboccia nel silenzio, lasciandoci addosso la sensazione di aver toccato, per un istante, il cuore pulsante del mondo. Lasciandoci alle spalle le pendici del Kinabalu, resta la consapevolezza che la sua bellezza non è solo un dono della natura, ma il risultato di una resistenza silenziosa.
Ci ricorda che esistono ancora luoghi dove l’uomo è solo un ospite di passaggio e dove la natura, protetta dai suoi stessi abissi, continua a dettare le proprie leggi. In un mondo che corre a trasformare ogni bosco in profitto, questo gigante di roccia e smeraldo rimane un monito: la vera ricchezza risiede in ciò che abbiamo scelto di non toccare.
Rientrando verso la civiltà, mi rendo conto che il Kinabalu non è rimasto alle mie spalle, ma è venuto via con me. Mi ha lasciato addosso la pazienza dei suoi alberi secolari, la vertigine della libertà provata su quei ponti oscillanti e la bellezza rara di un fiore incontrato per caso. Torno con la consapevolezza che siamo parte di un equilibrio immenso e fragile, e con una promessa fatta a me stessa: conservare dentro di me quel senso di meraviglia selvatica, ovunque i miei passi decideranno di portarmi domani.



