15 giorni on the road, tra incontri, emozioni e un appuntamento inatteso con la Storia
«L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non sconfitto.»
Ernest Hemingway (Il vecchio e il mare)
«Devi vedere Cuba prima che muoia Fidel»
Per anni ho ripetuto questa frase a mio marito come una premura del cuore, un’urgenza interiore difficile da spiegare.
Avevo già visitato L’Avana qualche anno prima e non riuscivo a darmi pace finché non lo avessi convinto a toccare con mano quella realtà, prima che il tempo presentasse il conto al suo ultimo, grande protagonista.
Avevamo sempre condiviso un debole profondo per la storia di quest’isola: l’epopea dei barbudos, la figura imponente di Fidel Castro e il magnetismo intramontabile del Che.
Così, il 17 novembre 2016, siamo atterrati a L’Avana.
Non potevamo minimamente immaginare che il destino ci stesse portando a un appuntamento millimetrico con la Storia. Stavamo per vivere un’avventura pazzesca che, nel giro di pochi giorni, si sarebbe spaccata in due, scaraventandoci oltre un confine invisibile tra un prima e un dopo.
L’AVANA — CUBA NON SI VISITA SOLTANTO
Cuba non si visita soltanto. Cuba ti chiede di cambiare ritmo. E noi, almeno all’inizio, dovevamo ancora imparare a farlo.
L’Avana ti travolge: lo sguardo si perde tra palazzi consumati dal tempo tra le vie di La Habana Vieja, auto d’altri tempi, esplosioni di colore e note musicali che galleggiano nell’aria calda. Non facciamo in tempo ad atterrare che veniamo letteralmente fagocitati dalla città. E così, quasi senza accorgercene, il primo giorno sfuma via.
Ci restano oramai due giorni pieni per gustarci la città così decidiamo di vivercela senza fretta (cosa che, tra l’altro, qui è quasi un peccato capitale!) ed è così che, nei pressi di Plaza de la Catedral, incrociamo due ragazzi del posto, che insistono per mostrarci la loro città in modo diverso. Accettiamo e saliamo sulla loro carrozza.
A posteriori, quella si rivelerà una delle decisioni migliori del viaggio.
Ci portano lontano dai percorsi più turistici, attraverso angoli della città che da soli probabilmente non avremmo mai trovato … possiamo così visitare una fabbrica di sigari artigianale, dove incrocio lo sguardo di una donna concentrata ad arrotolare foglie di tabacco. La fotografo senza sapere che quello scatto mi avrebbe tenuto compagnia per i successivi anni, custode silenzioso di questa storia.


I graffiti del Callejón de Hamel
Ci dirigiamo poi verso il Callejón de Hamel, un labirinto pulsante di simboli, colori e richiami alla cultura afro-cubana. Ricordo ancora quanto mi colpirono alcune delle parole dipinte sui muri.
Una, soprattutto:
Todo pueblo que se niegue a sí mismo está en trance de suicidio.
(Ogni popolo che nega se stesso è in procinto di suicidarsi).



Ci sono frasi che leggi senza prestarvi attenzione mentre ce ne sono altre che restano dentro per sempre sfidando il tempo tanto che rileggendole oggi sembrano persino più potenti …
La fame si fa sentire e i ragazzi ci propongono un pranzo speciale: non in un ristorante, ma in una casa particular.
Ci sediamo a tavola con la sensazione di essere entrati, per qualche ora, nella casa di amici che non conoscevamo ancora. I due ragazzi ci raccontano Cuba, la sua storia, la sua cultura.
Noi ascoltiamo.
E parliamo.
Al momento dei saluti ci stringiamo in un abbraccio sincero, promettendo un ritorno … chissà …
Poi ci rituffiamo nel flusso dell’Avana, tra sorrisi e note di salsa.
Se avessi una macchina del tempo, vorrei tornare esattamente lì, dove tutto è iniziato.
LA GEELY — E ADESSO INIZIA L’AVVENTURA
Il 20 novembre, nel caos della maratona Marabana, arriva il momento di lasciare L’Avana … ma, soprattutto arriva il momento di ritirare l’auto!
Raggiungere l’ufficio del noleggio è un viaggio dentro il viaggio: tra barriere, deviazioni, caldo soffocante e valigie pesanti, attraversiamo mezza città a piedi. Ci “rimpallano” da un ufficio all’altro fino all’ultimo, provvidenziale trasferimento: un bicitaxi che ci porta da Plaza de San Francisco de Asís verso la zona del Museo della Rivoluzione.
Non scorderò mai quel pover’uomo che pedala trafelato, trascinandosi dietro noi due e i bagagli; credo che ancora oggi speri di non incontrare altri due come noi!
Finalmente nell’ufficio dell’autonoleggio, un uomo si muove a compassione e ci dice di attendere … l’auto arriverà a breve. Mentre noi fantasticavamo su che modello di auto avremmo avuto … eccola! Una Geely CK argentata! I nostri sguardi si incrociano smarriti e l’impiegato prontamente ci rassicura dicendoci che è l’auto migliore che possano darci e che ci avrebbe condotti a destinazione senza problemi … Vabbé dai … Fidiamoci! D’altronde che alternativa avevamo?
Non abbiamo un GPS, non abbiamo una radio; abbiamo soltanto una mappa cartacea e una discreta dose di incoscienza …
SULLA STRADA — A CUBA PERDERSI È UN’ARTE
Uscire dall’Avana con l’auto si rivela un’esperienza memorabile. La nostra mappa di carta passa continuamente dalle mie mani a quelle di mio marito mentre tra un’indicazione strillata all’ultimo secondo, un incrocio senza nome e un vicolo cieco, cerchiamo disperatamente di capire se esista un modo logico per raggiungere l’autostrada… o se ci convenga sperare direttamente nel teletrasporto!
Discretamente provati alla fine eccoci all’imbocco di quella che dovrebbe essere, secondo i nostri parametri, l’autostrada …L’Autopista Nacional … Ci fermiamo di colpo, scambiandoci un’occhiata a metà tra il sollievo e il totale smarrimento. Più che un’autostrada, sembra un miraggio d’asfalto … va bene! Vamos!
La strada si spalanca davanti a noi, surreale e sconfinata: una lunghissima distesa di lastroni di cemento chiaro sbiaditi dal sole, solcata da vistose crepe nere riempite di catrame, buche improvvise, riparazioni approssimative e pochissimo traffico. Ogni tanto compare qualche vecchia automobile americana degli anni Cinquanta, un carretto trainato da un cavallo, una mucca distratta e persino un contadino che ha allestito una bancarella improvvisata con formaggi!



Continuiamo a macinare chilometri in questa atmosfera sospesa nel tempo, finché la fame e il caldo non reclamano il conto. Accostiamo così in un piccolo parador sperduto sul bordo della carreggiata. È un’oasi di rustica quiete: un tetto di foglie di guano intrecciate che ripara dal sole tropicale, vecchi ventilatori che girano stanchi muovendo l’aria pesante, e pochissimi tavoli di legno consumato. Appeso a un palo, sbiadito dal tempo, spicca l’inconfondibile logo dell’Havana Club, mentre l’unico vero lusso della sosta è un vecchio frigorifero che ronza rumorosamente, ma che custodisce il tesoro più prezioso del momento: una scorta di bibite belle fresche!


Siamo stanchi, affamati e incredibilmente felici.
Siamo finalmente fuori dalle rotte organizzate, navigando a vista nel cuore autentico di Cuba.
SANTA CLARA — L’APPUNTAMENTO CON IL CHE
Il sole sta già accarezzando la linea dell’orizzonte quando la nostra Geely, dopo chilometri passati a sobbalzare al ritmo ipnotico del “clack-clack” sui lastroni di cemento dell’Autopista, si avvicina a Santa Clara. Avremmo preferito evitare di guidare dopo il crepuscolo – le strade cubane, tra buche e totale assenza di illuminazione, non perdonano – ma resistere al richiamo di questo luogo è impossibile: il monumentale mausoleo del Che ha la meglio!
La piazza è quasi deserta, avvolta in un silenzio solenne. Il cielo si sta tingendo di un arancione intenso e, finalmente, eccola davanti a noi: la grande figura di bronzo di Ernesto Che Guevara, imponente e fiera, stagliata contro le ultime luci del giorno. Sotto i suoi piedi, scolpita nella pietra, brilla quella frase che è un manifesto eterno:
Hasta la victoria siempre.
È il nostro primo incontro diretto con uno dei simboli più potenti della storia rivoluzionaria.

Purtroppo, il romanticismo del momento deve fare subito i conti con la cruda realtà logistica cubana. Arriviamo all’Hotel Los Caneyes, quando il tramonto ha ormai ceduto il posto alla sera. Davanti a noi si apre un piccolo paradiso verdeggiante, bungalow in paglia e una fontana a forma di coccodrillo ma … la prenotazione risulta confermata per il giorno successivo. Allarghiamo le braccia con un sorriso: «¡Esto es Cuba!». Una stanza salta fuori comunque, una doccia, una bel pasto rifocillante e si va a dormire, ignorando con filosofia (incredibile ma vero!) due enormi cucarachas che beatamente passeggiano sul pavimento.
La mattina dopo esploriamo il centro. Se L’Avana è la mente di Cuba, Santa Clara ne è il muscolo. Le facciate dei palazzi mostrano ancora i fori intatti dei proiettili del 1958. Al Tren Blindado tocchiamo con mano i vagoni gialli deragliati nell’imboscata tesa dai rivoluzionari. Ma è la statua del Che Guevara con il bambino, più intima e umana del mausoleo, a stringerci lo stomaco nel silenzio del mattino, svelandoci il legame sacro tra questo popolo e i suoi eroi.



Con gli occhi pieni di storia e il cuore gonfio di emozione, risaliamo a bordo della nostra (fidata?) Geely CK pronti a lasciare l’entroterra.
Destinazione: i colori coloniali della costa.
CIENFUEGOS E LA CAPRA
Lasciata Santa Clara ci dirigiamo verso sud. Guidare la Geely richiede una concentrazione quasi mistica: senza navigatore, oscilliamo tra le indicazioni colorite dei passanti e gli occhi incollati alla mappa cartacea. Proprio mentre pensiamo che tutto scorra liscio, l’imprevisto si materializza: una capra sbuca dal nulla, centra in pieno il paraurti dell’auto davanti a noi e stramazza rigida sull’asfalto, a zampe all’aria. «Oddio, è morta!» urlo terrorizzata. Ci fermiamo col cuore in gola ma, dopo un secondo, la capra si rialza, si scrolla la polvere di dosso e se ne torna con olimpica calma dalle compagne sul ciglio della strada …. «¡Esto es Cuba!» Increduli risaliamo in auto … Avevamo appena assistito ad una scena che non avremmo mai più rivisto!





Poco dopo entriamo a Cienfuegos. È una cittadina splendida, elegante e ordinata, con facciate neoclassiche color pastello che ne svelano l’anima fondata dai coloni francesi. Un’oasi urbana raffinata che sbuca dal nulla in mezzo a una campagna profondamente rurale, anche se, per tutto il giorno, la vera protagonista dei nostri pensieri resta l’indistruttibile capra attrice!
TRINIDAD — DOVE IL TEMPO SEMBRA ESSERSI FERMATO
Riprendiamo la strada costiera. Trinidad ci colpisce al primo sguardo con i suoi colori caldi, le case coloniali, i cavalli legati fuori dai portoni gialli e azzurri e quei ciottoli irregolari che sembrano appartenere a un’altra epoca. Cuba è proprio questo: un mosaico di realtà uniche e variegate, ma tutte accomunate da un senso di accoglienza così profondo che scalda il cuore.





Dopo una sosta rigenerante nel cortile del Café Don Pepe, risaliamo in auto per affrontare la vera sfida cubana: imboccare la strada giusta per Playa Ancón. Convinti della nostra mappa, deviamo, ma … ci risiamo! Ci ritroviamo improvvisamente immersi nella Valle de los Ingenios, circondati da stradine piene di buche e campi a perdita d’occhio sotto la cornice imponente delle montagne dell’Escambray.
A distanza di anni, posso dire che perdersi è stato il regalo più bello del viaggio.
Nessun panico, solo la scoperta di una bellezza rurale mozzafiato, fatta di minuscoli villaggi dove la vita scorre a un ritmo antico e dove gli sguardi e i sorrisi divertiti della gente del posto ci accolgono con una gentilezza disarmante.
A Cuba perdersi non è un errore, ma l’unico modo per toccare l’anima più autentica dell’isola.



Ritrovata la via, approdiamo finalmente a Playa Ancón per una ricarica di mare turchese e sabbia bianca, prima di affrontare la lunghissima traversata verso la costa nord! Anche questa volta siamo arrivati a destinazione!!!
CAYO COCO — LA CUBA DELLE RISATE
Dopo la solita lauta colazione riposati e rilassati siamo pronti a rimetterci in viaggio verso Cayo Coco.
Il tragitto richiede una sosta strategica a Sancti Spíritus, una gemma coloniale del 1514 quasi dimenticata dal turismo. Parcheggiamo la nostra inseparabile compagna di viaggio per sgranchirci un po’. Passeggiamo ammirando il campanile color carta da zucchero della Iglesia Parroquial Mayor e scendiamo verso il fiume Yayabo, incantati dal celebre ponte in mattoni rossi: un angolo di Medioevo europeo catapultato sotto il sole dei Caraibi. Un caffè al volo a Sancti Spíritus e siamo pronti a ripartire.




Nel mondo dei viaggi organizzati, Cuba viene spesso venduta con un pacchetto standard: tour guidato e la classica estensione mare a Varadero. Ma per noi non ho organizzato un viaggio “normale”. Noi abbiamo una Geely argentata, una mappa cartacea e nessuna voglia di seguire i sentieri battuti. Puntiamo dritti a nord, verso il paradiso che ci siamo meritati: Cayo Coco.
Per arrivarci accettiamo un patto con l’oceano imboccando il leggendario pedraplén: una sottile striscia di asfalto che per 17 chilometri taglia in due le acque della Bahía de los Perros. Con i finestrini spalancati, il vento caldo che ci avvolge e l’acqua turchese a destra e a sinistra, abbiamo letteralmente la sensazione di volare sul mare …

Dal 22 al 24 novembre il tempo si ferma al Memories Resort. Sole, relax e soprattutto loro: i ragazzi del bar, che in quei tre giorni ci fanno sentire parte di una piccola famiglia tra musica dal vivo, battute e una gioia contagiosa. L’ultimo giorno, prima della partenza, sollevano di peso mio marito dietro al bancone per una delle foto più belle di sempre.
Era la Cuba dell’allegria, quella delle risate spontanee e del rum, in cui le giornate sembrano eterne …




CAMAGÜEY – LA STORIA BUSSA ALLA PORTA
Il 25 novembre salutiamo Cayo Coco. Guidando verso sud-est attraversiamo una Cuba rurale fatta di pascoli e strade polverose.
Nel pomeriggio entriamo a Camagüey, famosa per i suoi vicoli a labirinto nati un tempo per confondere i pirati. Passeggiamo tra le piazze, i monumentali vasi in terracotta (tinajones) e gli studenti in divisa color senape. Più tardi, ci godiamo un cocktail in una deliziosa piazzetta all’ombra dell’Hotel Santa María.



Rientrati in camera, lo smartphone è un pezzo di plastica senza segnale e la TV non dà segni di vita. Intorno alle 21:30, stanchi ma felici, spegniamo la luce pensando al mare di Guardalavaca che ci aspetta l’indomani.
Ci addormentiamo avvolti nella quiete più totale, senza poter minimamente immaginare che, mentre chiudiamo gli occhi in quella stanza isolata dal mondo, alle ore 22:29 Cuba sarebbe entrata in un’altra epoca …
«NO SE PUEDE EN TODA LA ISLA»
La mattina del 26 novembre rimettiamo in moto la Geely verso Guardalavaca sotto un cielo plumbeo e facendo estremamente attenzione agli animali al pascolo a ridosso della strada deserta.
Il tragitto lungo la strada è un’altra dura prova per gli ammortizzatori.



Verso l’ora di pranzo, affamati, accostiamo davanti a un piccolo parador polveroso sul ciglio della carreggiata. Ordiniamo due toast e, indicando il frigo pieno, due birre fresche.
Non facciamo in tempo a pronunciare la parola “cerveza” che il proprietario si gira. Ha il viso serio, lo sguardo basso, impenetrabile.
Pronuncia una frase che ci lascia perplessi: «No se puede en toda la isla». Ci guardiamo sbalorditi.
Non capiamo.
L’atmosfera è cupa, quasi sospetta, ma a Cuba abbiamo imparato che a volte è meglio non fare domande. Rinunciamo alla birra, prendiamo due bottiglie d’acqua e ripartiamo con una strana, invisibile tensione addosso.
Arriviamo a Guardalavaca nel primissimo pomeriggio. Varcare la soglia del resort è come entrare in una cattedrale durante una funzione funebre. L’allegria travolgente dell’isola è evaporata: niente musica, niente animazione, solo un silenzio irreale.
Mentre sbrighiamo le formalità alla reception, il mio sguardo cade sugli schermi della hall ed è allora che un brivido freddo mi corre lungo la schiena.
Ogni televisore trasmette, a ciclo continuo e senza audio, vecchi filmati in bianco e nero della Revolución: la vegetazione della Sierra Maestra, i giovani barbudos, i discorsi oceanici. Poi, all’improvviso, scorrono le immagini dei vagoni di Santa Clara e dell’assalto al treno blindato. Quelle stesse rotaie che avevamo toccato con mano solo qualche giorno prima.



Intorno a noi nessuno parla.
È morto Fidel …
UN QUADRO, UN RAGAZZO E UN FILO CHE NON SI È SPEZZATO
Dal 26 al 28 novembre a Guardalavaca viviamo in una bolla sospesa. Il divieto sugli alcolici non viene applicato a noi turisti all’interno del resort, eppure sorseggiare un cocktail ci sembra quasi un sacrilegio. Perfino il cielo sembra essersi unito al lutto nazionale, scaricando piogge improvvise che spengono i colori brillanti della baia.
È proprio dopo uno di questi acquazzoni che, aggirandoci nel piccolo mercatino dell’artigianato vicino alla struttura, un dipinto cattura il nostro sguardo. È una tela quasi interamente in bianco e nero, interrotta solo da due elementi dai colori vividi e accecanti: la bandiera cubana e una vecchia automobile rossa fiammante davanti alla maestosità del Capitolio.
Rimaniamo incantati. Il ragazzo della bancarella ci racconta con grande dolcezza che quel quadro è stato dipinto dal suo maestro d’arte. Iniziamo a parlare e a conoscere le nostre reciproche vite.
Compriamo il quadro.

Oggi quella tela è incorniciata e appesa proprio sopra la mia scrivania, la stessa da cui vi sto raccontando questa storia. E quel ragazzo? Ogni tanto ci scriviamo ancora. Sono passati dieci anni, migliaia di giornate e migliaia di chilometri, eppure quel filo nato nel silenzio di Guardalavaca non si è mai spezzato.
BIRÁN — IL REGALO DI UN ESTRANEO
Il 29 novembre è ora di rimetterci in marcia ed uscire dalla “bolla” in cui abbiamo vissuto a Guardalavaca.
Mappa cartacea alla mano, la nostra Geely punta a sud verso Santiago.
Dopo pochi chilometri ci ritroviamo (guarda un po’!) fermi davanti a un bivio indecifrabile. Un anziano signore in bicicletta si avvicina al finestrino, forse ha notato la nostra aria persa o è la classica “T” da turisti sulla targa ad averci tradito… Ci indica una strada alternativa che, prima di arrivare a Santiago, ci farà incrociare il bivio per Birán …
La strada, come sempre, richiede la massima concentrazione. Le pochissime auto che incrociamo ci fanno segno di prestare attenzione, alcune anche in modo abbastanza vistoso …. All’inizio l’ansia prende il sopravvento – avremo bucato? il motore ha problemi? – ma presto capiamo il codice stradale cubano: i conducenti ci stanno solo avvisando della presenza di qualche “ostacolo”: un carretto fermo in mezzo alla carreggiata, il carico perso da un camion e, infine, persino un toro che passeggia tranquillo sull’asfalto …
Una cosa posso affermarla con certezza: a Cuba non ci si annoia mai!
Poi, ecco lo svincolo. Un cartello gigante a lettere cubitali mostra Fidel e Raúl accanto alla loro casa natale. Imbocchiamo una strada stretta cosparsa di buche monumentali e arriviamo in un immenso cortile verde dominato dalle palme: la finca d’infanzia della famiglia Castro Ruz.
I militari ci fermano per il controllo dei passaporti. Uno di loro ci guarda e pronuncia parole che mi fanno accapponare la pelle ancora oggi: «Non so se lo sapete. È morto il nostro Comandante. Se volete, potete unirvi alla commemorazione».
Ci incamminiamo in silenzio. Davanti a noi, disposti in semicerchio di fronte alla casa, con le loro divise bordeaux ci sono i bambini delle scuole elementari. Ordinati. Composti. Immobili. Tengono tra le mani una grande bandiera cubana e piccoli ritratti in bianco e nero di Fidel da giovane. Lì, in quel contesto e nella tenuta dove Fidel era nato e cresciuto, l’emozione prende il sopravvento…
SANTIAGO DE CUBA — «ESTE HOMBRE ES UN COMPAÑERO»
Lasciata Birán con gli occhi ancora umidi, percorriamo gli ultimi chilometri verso Santiago.
La Geely ha superato tutto: buche come crateri e chilometri d’asfalto in mezzo al nulla. Riconsegniamo l’auto con un sentimento tra la nostalgia e il sollievo: nessun graffio, nessun danno. Quell’utilitaria d’argento si è rivelata la migliore compagna di viaggio che potessero affidarci!
Con un taxi ci dirigiamo verso la costa, nella splendida cornice di Punta Gorda, per raggiungere un piccolo boutique hotel a gestione familiare. Al nostro arrivo veniamo accolti dal titolare – un signore anziano, fiero e distinto – e da sua figlia. Sul braccio dell’uomo noto subito una fascia rossa e nera con la scritta: “M-26-7”. Non chiediamo spiegazioni. Quella fascia per noi parla da sola.
Santiago, normalmente la culla della musica, del ritmo e del caos, ci appare completamente capovolta, immersa in un silenzio quasi spettrale.
Dalle piazze coloniali fino alle mura crivellate della Caserma Moncada, tutto assume un significato diverso.



Il cuore del cordoglio batte forte a Parque Céspedes: qui, davanti all’imponente facciata dell’Ayuntamiento, le persone si mettono silenziosamente in fila per firmare i registri di fedeltà proprio davanti a quel balcone centrale da cui, il 1° gennaio 1959, un giovane Fidel Castro aveva annunciato al mondo il trionfo della Rivoluzione.
Camminiamo quasi in punta di piedi, consapevoli di essere stranieri dentro un momento storico.




E Santiago ci lascia tanti ricordi che porteremo dentro per tutta la vita come quello legato al proprietario dell’hotel. Si ferma spesso a parlare con noi, commuovendosi fino alle lacrime mentre racconta la sua Cuba e il suo Fidel. Sentire la storia vissuta uscire dalla bocca di quell’uomo, nelle sere sospese di Santiago, è un privilegio…
Ed è proprio durante queste chiacchierate che, con le lacrime che a fiumi gli solcano il viso, si rivolge a sua figlia e, abbracciando mio marito, pronuncia più volte una frase che non dimenticherò mai: «Este hombre es un compañero»…
I dieci anni trascorsi da allora non hanno scalfito quelle parole, né il ricordo di un’isola che ci ha permesso di camminare dentro la sua storia.
Il ritorno: cosa resta davvero di un viaggio?
Avrei voluto fermare il tempo, aspettare il 4 dicembre per assistere all’arrivo delle ceneri di Fidel al cimitero di Santa Ifigenia. Ma per noi è arrivato il primo dicembre ed è tempo di tornare a casa.

Prima di salire sul taxi che ci condurrà in aeroporto ci stringiamo in un abbraccio sincero e scattiamo una fotografia insieme alla figlia del nostro “compañero” di viaggio … Uno scatto semplice, un sorriso timido, un ricordo impresso per sempre.
Mentre il Boeing della Blue Panorama si stacca dalla pista di Santiago per fare scalo all’Avana e poi puntare verso Roma, guardo l’isola farsi piccola dal finestrino e le lacrime iniziano a scorrere silenziose.
Non voglio partire.
So che stavamo lasciando un pezzo della nostra anima là sotto, in quella terra che avevamo desiderato tanto vedere.
Per anni avevo ripetuto a mio marito: “Devi vedere Cuba prima che muoia Fidel, devi toccare la sua unicità e la fierezza del popolo cubano! Devi lasciarti travolgere dai luoghi della Revolutiòn!”
Alla fine l’avevamo vista, sì. Solo che nessuno dei due avrebbe potuto immaginare quanto ci sarebbe costato lasciarla nell’istante esatto in cui si spegneva un’era.
Cuba ci aveva permesso di guardare da vicino il suo volto autentico, e probabilmente niente sarebbe più stato lo stesso.
Ed è forse proprio questo che resta di un viaggio.
Non i chilometri percorsi o la perfezione geometrica dell’itinerario.
Restano le emozioni.
Restano le persone incontrate per pochi minuti o per qualche giorno che, dieci anni dopo, sono ancora collegate a noi da un filo invisibile: due ragazzi su una carrozza all’Avana, una donna silenziosa che arrotola sigari, i baristi di Cayo Coco, il ragazzo del mercatino con la sua tela speciale o un uomo anziano con la fascia al braccio che ci chiama compañeros.
Restano i momenti esilaranti, come l’indistruttibile capra di Cienfuegos o un maiale in funambolica corsa in motorino.
E restano dei documenti preziosi: le edizioni speciali del quotidiano Juventud Rebelde di sabato 26 e domenica 27 novembre 2016, quelle che il barista del resort di Guardalavaca ci regalò con orgoglio.
Sfoglio quelle pagine ingiallite dal tempo. Leggo i titoli scritti con il cuore in mano: “¡Hasta la victoria siempre, Fidel!”, “Soy pueblo”, “El héroe de los niños”. Guardo la prima pagina dell’edizione del 27 novembre in cui l’opera dell’artista Ernesto Rancaño accosta il volto di Fidel a un colibrì.
E resta Cuba, racchiusa nei nostri ricordi: un viaggio che ci ha trasformati prima ancora che potessimo accorgercene.
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